Riportiamo alcuni stralci tratti dalla celebre conferenza tenuta a Darmstadt, nel 1951 dal titolo,  “Costruire abitare pensare”.

 

Costruire abitare pensare

Martin Heidegger, 1951 Darmstadt,

(….)

Ma in che cosa consiste l’essenza dell’abitare?

Sentiamo ancora una volta il suggerimento della lingua: il wuon antico-sassone, il gotico wunian, significano come l’antica parola bauen il rimanere, il soggiornare.

Ma il gotico wunian spiega più chiaramente come viene esperito questo rimanere. Wunian significa: essere pacificati, rappacificati, rimanere in pace.

La parola pace significa ciò che è libero, il frye, e fry significa: riparato da danni e minacce, riparato da… cioè risparmiato.

Liberare significa propriamente risparmiare.

Lo stesso risparmiare non consiste soltanto nel non fare nulla di male a chi viene risparmiato, bensì propriamente risparmiare è qualcosa di positivo e accade allorché in anticipo preserviamo qualcosa nella sua essenza, allorché ripariamo qualche cosa nella sua essenza, allorché, in corrispondenza alla parola liberare, la ripariamo.

Abitare, essere rappacificati, significa: rimanere riparati nel frye, cioè nella libertà, che risparmia ogni cosa nella sua essenza.

Il tratto fondamentale dell’abitare è questo risparmiare: attraversa l’abitare in tutta la sua ampiezza, che si mostra appena pensiamo che nell’abitare risiede l’essere uomini, nel senso del soggiorno dei mortali sulla terra.

Ma sulla terra significa già sotto al cielo.

Ambedue significano coabitare di fronte agli dei e include un appartenere alla comunità degli uomini.

Appartengono, i quattro, ad una originaria unità: terra e cielo, i mortali e gli immortali in uno.

LA TERRA

La terra è colei che serve e sostenta, che fiorisce e fruttifica, che si apre in terre e acque, si schiude in piante ed animali.

Se diciamo terra, pensiamo già contemporaneamente agli altri tre elementi, tuttavia perdiamo di vista la semplicità essenziale dei quattro.

Il cielo è il percorso variabile della luna, lo splendore vagante delle stelle, le stagioni dell’anno e le loro rotazioni, luce e crepuscolo del giorno, oscurità e chiarore della notte, l’ospitalità e l’inospitalità del clima, del corso delle nubi e della profondità azzurra dell’etere.

Se diciamo cielo, già pensiamo contemporaneamente agli altri tre, tuttavia perdiamo di vista la semplicità essenziale dei quattro.

I mortali sono gli uomini.

Si chiamano mortali perché possono morire.

Morire significa essere capaci della morte come morte.

Solo l’uomo muore, e ciò di continuo, finché rimane sulla terra, sotto al cielo, di fronte agli immortali.

Se diciamo i mortali, allora consideriamo già contemporaneamente gli altri tre, tuttavia perdiamo di vista la semplicità essenziale dei quattro. Questa semplicità essenziale la chiamiamo la quadruplicità.

I mortali sono nella quadruplicità abitando.

Il tratto fondamentale dell’abitare però è il risparmiare.

I mortali abitano in modo che risparmiano la quadruplicità nella sua essenza. Conformemente a ciò il risparmiare-abitare è quadruplice.

I mortali abitano in quanto salvano la terra — la parola nell’accezione antica che Lessing ancora conosceva.

Il salvare non strappa soltanto ad un pericolo, salvare significa propriamente: lasciar libero qualcosa nella sua propria essenza. Salvare la terra è qualcosa di più che non utilizzarla o addirittura affaticarla.

Salvare la terra non significa dominarla né sottometterla, dalla qual cosa manca solo un passo allo sfruttamento illimitato. I mortali abitano in quanto ricevono il cielo come cielo.

Essi lasciano al sole e alla luna il loro corso, la loro via alle stelle, alle stagioni dell’anno la loro benedizione e la loro ingiuria, essi non rendono giorno la notte e non trasformano il giorno in frenetica irrequietezza. I mortali abitano in quanto aspettano gli immortali come immortali.

Sperando porgono loro innanzi ciò che è fuori dalla speranza. Aspettano i cenni del loro arrivo e non misconoscono i segni della loro assenza. Essi non si costruiscono i loro dei e non celebrano l’offizio a degli idoli. Ancora nella disgrazia attendono il bene sottratto.

I mortali abitano, nella misura in cui riconducono la loro propria essenza (il fatto che essi sono capaci della morte in quanto morte) all’uso  stesso di questa capacità, affinché sia una buona morte.

Ricondurre i mortali all’essenza della morte, non significa affatto porre la morte come vuoto nulla, quale meta; non significa neppure offuscare l’abitare fissando ciecamente la fine.

Nel salvare la terra, nell’accogliere il cielo, nell’attendere gli immortali, nel guidare i mortali si realizza l’abitare come quadruplice bellezza della quadruplicità. Risparmiare significa: proteggere la quadruplicità nella sua essenza. Ciò che viene preso sotto protezione, deve venir custodito.

Dove però l’abitare custodisce la propria essenza, se esso risparmia la quadruplicità? In che modo i mortali attuano l’abitare in quanto bellezza? I mortali non ne sarebbero mai capaci, se l’abitare fosse soltanto un soggiorno sulla terra, sotto il cielo, di fronte agli immortali, con i mortali.

L’abitare è sempre stato piuttosto un soggiorno presso le cose. L’abitare in quanto bellezza conserva la quadruplicità in ciò in cui i mortali soggiornano: nelle cose.

Il dimorare presso le cose non si aggiunge tuttavia puramente alla molteplicità della bellezza come una quinta cosa, al contrario: il dimorare presso le cose è l’unico modo secondo il quale la quadruplice dimora si compie di volta in volta in modo unitario.

L’abitare risparmia la quadruplicità portandone la sostanza nelle cose. Tuttavia le cose stesse custodiscono la quadruplicità soltanto  quando esse stesse, in quanto cose, vengono rispettate nella loro essenza. Come accade ciò? Proteggendo e curando i mortali le cose che crescono, edificando appositamente le cose che non crescono. Il curare e edificare è il costruire in senso stretto.

L’abitare, nella misura in cui conserva la quadruplicità nelle cose, è, in quanto conservazione, un costruire.

Con ciò siamo condotti alla seconda domanda.

In che misura il costruire appartiene all’abitare?

La risposta a questa domanda ci chiarisce che cos’è propriamente il costruire, pensato partendo dall’essenza dell’abitare.

Limitiamoci al costruire nel senso dell’edificare cose e ci chiediamo: che cos’è una cosa costruita?

Come esempio per le nostre meditazioni prendiamo un ponte.

IL PONTE

Il ponte si libra «leggero e forte» sul fiume.

Esso non collega soltanto rive già esistenti.

Nel passaggio del ponte le rive si manifestano in quanto tali. Il ponte fa sì che esse stiano propriamente una di fronte all’altra. Una sponda a causa del ponte risalta di fronte all’altra.

Neppure le rive scorrono lungo il fiume come neutre strisce di confine della terra ferma. Con le rive, il ponte porta di volta in volta al fiume l’uno o l’altro sfondo del paesaggio retrostante.

Esso porta fiume e riva e terra in reciproca vicinanza. Il ponte raduna la terra in qualità di paesaggio intorno al fiume.

Così l’accompagna attraverso i prati. I pilastri portano, giacendo nel letto del fiume, lo slancio degli archi che permettono il passaggio alle acque del fiume.

O che le acque scorrano via calme e allegre, o che le cateratte del cielo nella tempesta o nel disgelo picchino in onde dirompenti contro gli archi e pilastri, il ponte è preparato per i climi del cielo e la loro instabilità. Anche là dove il ponte sovrasta il fiume, esso racchiude il suo fluire accogliendolo per qualche attimo entro l’arco per lasciarlo poi di nuovo libero.

Il ponte lascia al fiume la sua via e concede con-temporaneamente ai mortali il passaggio cosicché viaggino di terra in terra. I ponti guidano secondo modi svariati.

Il ponte cittadino conduce dalla cerchia delle mura alla piazza del duomo, il ponte sul fiume davanti al borgo di campagna porta carri e carrozze ai paesi dei dintorni.

L’umile passaggio del ruscello costituito dal vecchio ponte di pietra permette al carro della vendemmia di passare dalla campagna al paese, porta il carro della legna dal sentiero alla strada maestra.

Il ponte sull’autostrada è teso nella rete del traffico a lunga distanza, calcolato per il massimo di velocità e di portata.

Sempre e ogni volta in modo diverso il ponte guida su e giù le vie riluttanti e frettolose degli  uomini in modo che approdino a diverse rive ed infine, in quanto mortali, all’altra sponda.

Il ponte si slancia talvolta oltre fiumi e voragini con alti archi talvolta con archi appiattiti; chissà se i mortali badano allo slancio del ponte, oppure dimenticano che essi, pur sempre in cammino verso l’ultimo ponte, in fondo aspirano a superare quotidianità e sventura per portare se stessi di fronte alla salvezza del divino. Il ponte in quanto passaggio slanciato di fronte agli dei.

Sia che la presenza di questi ultimi venga propriamente considerata e visibilmente gratificata come nella figura di S. Cristoforo, sia che venga alterata o addirittura rimossa. I

l ponte raduna a suo modo terra e cielo, i mortali e gli immortali presso di sé. Adunanza è il significato di un’antica parola della nostra lingua: «thing».

Il ponte è — in quanto caratterizzata adunanza della quadruplicità — una cosa. Si pensa invero che il ponte sia in primo luogo, e propriamente, solamente un ponte. In secondo luogo ed occasionalmente esso potrebbe esprimere anche altro, in qualità di tale espressione esso diventerebbe simbolo, ad esempio, per tutto ciò che prima si è detto.

Tuttavia il ponte, se è un vero ponte, non è mai in primo luogo soltanto ponte e in seguito un simbolo. Tanto meno il ponte è a priori soltanto un simbolo nel senso che esprime qualcosa che, a rigore, non gli appartiene.

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Il luogo non preesiste al ponte.

È vero che vi sono, prima che vi sia il ponte lungo il fiume, molti luoghi che possono venir occupati da qualcosa. Uno di questi si rivela un luogo e ciò accade per mezzo del ponte. Così, pertanto, il ponte non viene a stare in un luogo bensì dal ponte stesso nasce il luogo.

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II CONFINE

Uno spazio è qualcosa di sistemato, di sciolto, cioè entro un confine, greco πέρας.

Il confine non è ciò presso cui qualcosa finisce, bensì, come i greci riconobbero, il confine è ciò a partire da cui qualcosa inizia la sua essenza.

Perciò è il concetto di ορισμός, cioè confine.

Spazio è essenzialmente ciò che è stato sistemato, inserito nel suo confine. Ciò che è stato sistemato viene di volta in volta consentito e così disposto, cioè radunato per mezzo di un luogo, cioè per mezzo di una cosa della specie del ponte. Conseguentemente gli spazi ricevono la loro essenza da luoghi e non da «lo» spazio. Cose che come luoghi consentono una dimora, li chiamiamo ora, prevenendo ciò che segue, edifici. Si chiamano così perché sono promossi dal costruire e dall’edificare. Di che tipo tuttavia deve essere questo promuovere, cioè costruire, lo scopriamo soltanto avendo prima consideraroia sostanza di quelle cose che da se stesse esigono per la loro realizzazione il costruire come pro-muovere. Queste cose sono luoghi che consentono una dimora alla quadruplicità, la qual dimora di volta in volta promuove uno spazio. Nell’essenza di queste cose in qualità di luoghi è il rapporto di luogo e spazio, vi è anche il rapporto del luogo rispetto all’uomo che è in esso. Perciò ora tentiamo di chiarire l’essenza di queste cose che chiamiamo edifici facendo in breve le considerazioni che seguono.

In primo luogo: in quale relazione stanno luogo e spazio e, inoltre, quale è il rapporto tra uomo e spazio?

Il ponte è un luogo.

In qualità di cosa consente uno spazio nel quale entrano terra e cielo, gli immortali e i mortali.

Lo spazio consentito dal ponte contiene diversi posti in diversa vicinanza e lontananza dal ponte stesso. Questi posti si possono però registrare come luoghi tra i quali sussiste una distanza misurabile; una distanza, in greco uno στάδιοη, è sempre disposta e appunto attraverso dei luoghi.

Ciò che viene disposto attraverso dei luoghi è uno spazio di una specie particolare. È ín quanto distanza, in quanto stadio, ciò che ci dice la stessa parola in latino, uno spatium, un intervallo.

Così vicinanza e lontananza tra uomini e cose possono divenire pure distanze, pure lontananze dello spazio intermedio. In uno spazio che viene rappresentato unicamente come spatium, il ponte appare ora come un puro qualcosa in un luogo; luogo che può venir occupato in ogni momento da qualcos’altro oppure può venir sostituito da una semplice segnalazione.

Non solo: dallo spazio, come spazio intermedio, si possono rilevare i puri stacchi verso altezza, larghezza e profondità. Ciò che viene così dedotto, in latino  abstractum, lo presentiamo come la pura molteplicità delle tre dimensioni. Ciò che però dispone questa molteplicità, non viene più determinato attraverso distanze, non è più uno spatium, bensì soltanto più pura extensio, estensione.

Lo spazio come extensio si può però ancora astrarre e precisamente in relazioni analitico-algebriche. Ciò a cui queste danno luogo è la possibilità della costruzione puramente matematica dí molteplicità a quante si voglia dimensioni. Si può chiamare questa disposizione matematica «lo» spazio.

Ma <do» spazio in questo senso non contiene né spazi né luoghi. In esso non troviamo mai posti, cioè cose del tipo del ponte. Invece, al contrario, c’è sempre negli spazi, che sono disposti dai luoghi, lo spazio come spazio intermedio e in quest’ultimo di nuovo lo spazio come pura estensione.

Spatium e extensio danno sempre la possibilità di misurare le cose e ciò che esse dispongono secondo distanze, tratti, le loro dimensioni; solo per il fatto che sono applicabili in generale, sono anche a priori la causa della sostanza degli spazi e dei luoghi che sono misurabili con l’aiuto della matematica. In che misura anche la fisica moderna sia stata obbligata, per la cosa stessa, a rappresentare il medium spaziale cosmico come campo unitario che viene determinato dal corpo in qualità di centro dinamico, non è possibile indagare qui.

Gli spazi che noi attraversiamo quotidianamente, sono procurati da luoghi; la loro essenza è fondata in cose della specie delle costruzioni. Se badiamo a questi rapporti tra luogo e spazi, tra spazi e spazio, otteniamo un sostegno per considerare il rapporto di uomo e spazio.

Se si tratta del discorso dell’uomo e dello spazio, si intende che l’uomo sta da una parte e lo spazio dall’altra. Tuttavia lo spazio non è qualcosa che sta di fronte per l’uomo.

Non è né un oggetto esteriore, né un’esperienza interiore. Non vi sono gli uomini e inoltre lo spazio; poiché se io dico «un uomo» e mi rappresento con questa parola colui che è in modo umano, cioè abita, allora io nomino con il nome «un uomo» già la dimora nella quadruplicità presso le cose.

Anche allora quando il nostro comportamento si esplica nei confronti delle cose che non sono nelle immediate vicinanze, ci soffermiamo presso le cose stesse.

Noi rappresentiamo le cose lontane non soltanto — come si insegna — interiormente, in modo che come surrogati delle cose lontane nella nostra interiorità e nella nostra testa scorrono soltanto rap-presentazioni di esse.

Se noi ora — noi tutti — pensiamo da qui al vecchio ponte di Heidelberg, allora il pensare a quel posto non è una pura esperienza delle persone qui presenti, ma piuttosto appartiene alla sostanza del nostro pensare a quel determinato ponte che questo pensiero sostenga in sé la lontananza da questo luogo. Noi siamo, da qui, presso il ponte là e non eventualmente presso un contenuto immaginario della nostra coscienza.

Noi possiamo perfino da qui essere di gran lunga più vicini a quel ponte e a ciò che esso dispone che non qualcuno che lo usa quotidianamente come indifferente passaggio sul fiume. Spazi e con loro «lo» spazio sono sempre disposti nella dimora dei mortali. Spazi si aprono venendo inseriti nell’abitare dell’uomo. I mortali sono, vale a dire: abitando, sostengono spazi in base alla loro dimora presso cose e luoghi.

E soltanto perché i mortali secondo la loro essenza persistono attraverso spazi, essi possono attraversare spazi. Tuttavia camminando non rinunciamo a dimorare in loro. Piuttosto, attraversiamo gli spazi in modo da esperirli trattenendoci costantemente presso luoghi e cose vicini e lontani.

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Perfino la perdita di relazione  nei confronti delle cose, che subentra in stati depressivi, non sarebbe affatto possibile se anche questo stato non rimanesse ciò che è in quanto stato umano, cioè una dimora presso le cose.

Soltanto quando questa dimora determina in partenza l’essere uomini, le cose, presso le quali siamo, possono anche non parlarci, possono anche non importarci più.

Il rapporto dell’uomo rispetto ai luoghi e, attraverso i luoghi, agli spazi, è nell’abitare. Il rapporto dell’uomo con lo spazio non è altro che l’abitare pensato ed espresso nella sua essenza. Quando noi, nel modo ora tentato, pensiamo alla relazione che intercorre tra luogo e spazio, ma anche al rapporto di uomo e spazio, si illumina l’essenza delle cose che sono luoghi che chiamiamo edifici.

Il ponte è una cosa di tale tipo.

Il luogo permette l’unità semplice di terra e cielo, di immortali e di mortali in una dimora disponendo la dimora in spazi. Il luogo dispone la quadruplicità in un duplice senso. Il luogo permette la quadruplicità e la allestisce. Ambedue le caratteristiche, cioè disporre in quanto rendere possibile e disporre in quanto allestire, si appartengono reciprocamente. In quanto il duplice disporre il luogo è una protezione della quadruplicità oppure come dice la parola stessa un huis, una casa.

Cose del tipo di tali luoghi  accolgono il domicilio degli uomini. Cose di questo tipo sono domicili, ma non necessariamente abitazioni in senso stretto. La produzione di tali cose è il costruire. La sua essenza consiste nel fatto che corrisponde al tipo di queste cose. Sono luoghi che permettono gli spazi. Perciò il costruire, edificando luoghi, è un fondare e un comporre spazi.

Poiché il costruire produce luoghi, necessariamente con la composizione dei loro spazi anche lo spazio come spatium e come extensio entra nella struttura concreta degli edifici. Tuttavia il costruire non forma mai «lo» spazio.

Né indirettamente né direttamente. Nondimeno il costruire, producendo cose in qualità di luoghi, è più vicino all’essenza degli spazi e all’origine sostanziale «dello» spazio più che tutta la geometria e la matematica.

Il costruire edifica luoghi che dispongono una dimora alla quadruplicità. Dall’unità semplice nella quale terra e cielo, gli immortali e i mortali si appartengono reciprocamente, il costruire riceve la direttiva per íl suo edificare i luoghi.

Dalla quadruplicità il costruire assume le misure per ogni tipo di misurazione degli spazi, che di volta in volta vengono disposti dai luoghi fondati. Gli edifici conservano la quadruplicità. Essi sono cose che a loro modo risparmiano la quadruplicità.

Risparmiare la quadruplicità, preservare la terra,  accogliere il cielo, aspettare gli immortali, accompagnare i mortali, questa quadruplice bellezza è la semplice essenza dell’abitare.

Così gli autentici edifici imprimono l’abitare nella sua essenza e custodiscono questa essenza.

Il costruire così caratterizzato è un eccellente far abitare. Se è in effetti ciò, allora il costruire ha già corrisposto allo stimolo della quadruplicità. Su questa corrispondenza si fonda ogni programmazione che a sua volta apre le zone ai progetti per le piante. Appena tentiamo di pensare l’essenza del costruire che edifica in termini di abitare, sperimentiamo più chiaramente in che cosa consiste quel produrre secondo il quale si compie il costruire.

Solitamente intendiamo il produrre come attività le cui prove hanno come conseguenza un risultato: la costruzione finita. Rappresentando il produrre in questi termini, si afferra qualcosa di giusto e tuttavia non si coglie mai la sua essenza, che è un portare che produce.

Il costruire porta infatti la quadruplicità in una cosa, il ponte, e produce la cosa in quanto luogo in ciò che preesiste, che soltanto ora viene disposto attraverso questo luogo.

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Il compimento essenziale del costruire è l’erigere luoghi attraverso la composizione dei loro spazi.

Soltanto se siamo capaci di abitare, possiamo costruire. Pensiamo per un momento a una fattoria della Foresta Nera che è stata costruita due secoli fa ancora dal modo contadino di abitare. Qui l’autosufficienza della capacità di far penetrare terra e cielo, gli immortali e i mortali in essenziale unitarietà nelle cose, ha edificato la casa.

Tale capacità ha posto la fattoria presso il pendio protetto della montagna verso mezzogiorno, di fronte ai pascoli, nella vicinanza della sorgente; essa gli ha dato il tetto di scandole ampiamente sporgente che con adeguata obliquità porta il peso della neve e giungendo fin quasi a terra protegge le stanze contro le tempeste delle lunghe notti invernali; essa non ha dimenticato l’angolo del Signore dietro alla tavola comune, essa ha disposto nelle stanze i posti sacri per la culla e l’albero dei morti — così sí chiama la bara — mostrando così alle diverse età della vita l’impronta del loro percorso attraverso il tempo sotto un unico tetto.

Un mestiere che è sorto esso stesso dall’abitare, che usa i suoi strumenti e le sue strutture ancora come cose, ha costruito la fattoria. Soltanto se siamo capaci di abitare possiamo costruire.

L’accenno alla fattoria della Foresta Nera non significa affatto che si debba e si possa ritornare a costruire queste fattorie, bensì rende chiaro, basandosi su un abitare che è stato, come si poteva costruire.

L’abitare però è il fondamento dell’essere secondo il quale i mortali sono. Forse in base a questo tentativo di meditare sull’abitare e il costruire viene più chiaro alla luce che il costruire appartiene all’abitare e come esso riceve da quello la sua essenza. Sarebbe sufficiente se l’abitare e il costruire raggiungessero la sfera del problematico e così rimanessero qualcosa di memorabile.

Che tuttavia il pensare appartenga, come il costruire, soltanto in altro modo, all’abitare, può dimostrarlo il ragionamento che qui si prospetta. Costruire e pensare sono di volta in volta, secondo il loro modo, indispensabili all’abitare. Ambedue sono anche però insufficienti all’abitare fintanto che separati vanno per la loro via, anziché ascoltarsi reciprocamente. Ciò è loro possibile quando ambedue, costruire e pensare, appartengono all’abitare, rimangono nei loro confini e sanno che l’uno come l’altro provengono dall’officina di una esperienza e di un costante esercizio. Noi stiamo tentando di considerare l’essenza dell’abitare.

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